Il Buddhismo

Il Buddhismo, nella sua essenza, non è da intendere come una religione. Il Buddhismo sottolinea come gli insegnamenti siano validi fintanto che si dimostrano attendibili ed attuali (Dalai Lama, 1991). Nel ventesimo e ventunesimo secolo, l’empirismo del Buddhismo ha cominciato a incontrarsi e a fondersi con la tradizione scientifica occidentale. 

Il termine “Buddhismo” fu coniato dai primi studiosi occidentali delle culture dell’Asia senza comprendere questa tradizione sapienziale in cui si intersecano sia la sfera religiosa che quella spirituale con una vasta molteplicità di correnti e lignaggi. In India il Buddhismo viene chiamato Buddha Śāsana che significa “l’insegnamento del Buddha” così come in Giappone si utilizza il termine Bukkyō, oppure il termine Butsu che vuol dire “la Via del Buddha”. Questi termini trasmettono la natura umana dell’insegnamento del Buddha e non la sua trasfigurazione divina. Tuttavia nella cultura dell’Asia centrale e orientale le religioni sono inclusive nei confronti delle correnti spirituali amalgamandosi insieme con il risultato di differenti tradizioni buddhiste fondate su religioni autoctone pre-esistenti che contemplano l’insegnamento del Buddha e la sua pratica in forme eterogenee, talvolta in contrasto con gli stessi insegnamenti canonici del Buddhadharma. Anche se può sembrare incoerente, bisogna comprendere che l’insegnamento del Buddha storico non è mai stato una religione dogmatica ma l’insegnamento di un uomo comune e allo stesso tempo straordinario, per altri uomini e donne, con le stesse potenzialità e mancanze di ognuno di noi, in cammino, insieme, con lo scopo di estinguere le radici dell’ignoranza, dell’attaccamento, dell’ego-ismo e di ogni fonte di sofferenza in questa vita.

In Giappone un antico detto locale recita così:

“I Giapponesi nascono shintoisti, si sposano cristiani e muoiono buddhisti”. Questa frase incarna perfettamente lo spirito religioso giapponese e mette in evidenza due aspetti fondamentali:

esistono molteplici tradizioni religiose e spirituali, anche molto diverse tra loro, e queste coesistono tranquillamente insieme.

Tra queste le due grandi scuole del Buddhismo Zen giapponese, la Sōtō Shū e la Rinzai Shū che nel corso dei secoli hanno istituzionalizzato in termini religiosi la pratica dello Zen custodendone le tradizioni. Ma di cui vive specialmente in occidente la sua declinazione spirituale di traghettare semplicemente i principi della meditazione nella vita quotidiana.

Shākyamuni Buddha (giap. Shakamunibutsu 釋迦牟尼佛)

Il Buddha nacque principe nella tribù Shakya circa 2.500 anni fa in una città chiamata Lumbini che si trova nell’attuale Nepal. Il suo cognome era Gautama, il suo nome era Siddharta. Come principe, fu benedetto con una vita ricca. Tuttavia, fu profondamente turbato dai problemi dell’esistenza umana e lasciò casa all’età di ventinove anni per diventare monaco. Dopo sei anni di pratica ascetica, realizzò la Via all’età di trentacinque anni a Bodhgaya. A quel tempo, divenne il “Buddha” (Risvegliato). Da quel momento fino alla sua ascesa a Kushinagara, il Buddha continuò i suoi viaggi per predicare l’insegnamento, il “Dharma” e guidare la sua comunità il Sangha.

Nella storia del buddhismo si tramanda che il primo insegnamento del Buddha dopo il suo risveglio spirituale si svolse in pieno silenzio:

Gautama Buddha semplicemente teneva un fiore in mano facendolo roteare tra le dita. Così nessun erudito dell’assemblea riuscì a comprendere. Tranne l’asceta Kasyapa che semplicemente sorrise

il Buddha allora si rivolse all’assemblea e disse:

«Io possiedo il vero occhio del Dharma, la mente meravigliosa del Nirvāṇa, la vera forma del senza-forma, il sottile cancello del Dharma che non si fonda su parole o lettere, ma che è una trasmissione speciale al di fuori delle scritture. Questo io affido a Mahākāśyapa».

Fu proprio in quel momento che ebbe origine la tradizione silenziosa della Via dello Zen.

È giusto che voi abbiate dubbi e perplessità;
che la perplessità si alzi in voi rispetto a ciò che è meritevole di dubbio.
[…] Non fatevi guidare da dicerie, tradizioni o dal sentito dire.
Non fatevi guidare dall’autorità dei testi religiosi,
né solo dalla logica e dall’inferenza,
né dalla considerazione delle apparenze,
né dal piacere della speculazione intellettuale,
né dalla verosimiglianza,
né dall’idea “questo è il nostro maestro”.
Ma quando capite da soli […] che certe cose sono cattive e biasimevoli,
portano danno e sfortuna, non solo secondo voi,
ma anche secondo il parere dei saggi, [allora] abbandonatele.
[…] Quando voi stessi riconoscete che certe cose sono buone,
non riprovevoli, in qualche maniera lodevoli, una volta intraprese e provate
portano a benefici ed alla pace, [allora] accettatele e dimorate in esse».

Discorso del Buddha ai Kalama, abitanti di KesaputraAnguttara NikayaTika NipataMahavagga, sutta n. 65, Canone pāli

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