Dōjō Zen Chūshin

Tempio buddhista

e centro di meditazione della Via dello Zen

Il termine dōjō, di origine giapponese, significa “Luogo della Via” con i suoi ideogrammi “Via” e “luogo”. Oggi il dōjō viene associato semplicemente alla palestra per l’allenamento delle arti marziali, mentre nell’Asia orientale con il termine dōjō ci si riferisce al luogo in cui il Buddha Shakyamuni ottenne il Risveglio spirituale. Rappresenta un luogo adibito alla pratica delle arti legate ai principi del : la Via della ricerca interiore, quindi non solo le arti marziali della tradizione, ma anche le arti meditative interconnesse al buddhismo come l’arte della cerimonia del the Chadō, l’arte di disporre i fiori in un vaso Kadō, l’arte della calligrafia Shodō ed in particolare lo Zazendō: la Via della meditazione trasmessa dal Buddha.

Le radici spirituali dello Zen



Butsuzō del Zen Chūshin Dōjō

La Via dello Zen affonda le sue radici nella tradizione spirituale indiana del Buddha che nel corso dei secoli si diffonde in Cina assimilando i principi del Tao e successivamente in Giappone dove si affina ulteriormente e si spoglia delle complesse ideologie religiose (in prevalenza costituite posteriormente alla scomparsa del Buddha storico) mantenendone i principi originari. Lo Zen riconosce nel ritorno alla vita quotidiana, liberata dalle distorsioni della mente offuscata dall’ignoranza, la realizzazione della pratica meditativa e della saggezza profonda (prajñā) la realtà ultima di tutte le cose, il satori.

Sensei Kyōgen Davide Colombu

Nella storia del buddhismo si tramanda che il primo insegnamento del Buddha dopo il suo risveglio spirituale si svolse in pieno silenzio:

Gautama Buddha semplicemente teneva un fiore in mano facendolo roteare tra le dita. Così nessun erudito dell’assemblea riuscì a comprendere. Tranne l’asceta Kasyapa che semplicemente sorrise

il Buddha allora si rivolse all’assemblea e disse:

«Io possiedo il vero occhio del Dharma, la mente meravigliosa del Nirvāṇa, la vera forma del senza-forma, il sottile cancello del Dharma che non si fonda su parole o lettere, ma che è una trasmissione speciale al di fuori delle scritture. Questo io affido a Mahākāśyapa».

Fu proprio in quel momento che ebbe origine la tradizione silenziosa della Via dello Zen.

Il termine Zen 禅 deriva dal sanscrito dhyana tradotto genericamente con il termine “meditazione” riferito alle tradizioni del buddhismo giapponese fondate sullo Zazen (termine giapponese per “meditazione seduta”) trasmesso dalle tradizioni del Buddhismo cinese del Chán che discendono dal leggendario monaco viandante Bodhidharma.

I Patriarchi dello Zen

Bodhidharma (483 – 540) è stato un monaco buddhista persiano, 28º patriarca del Buddhismo Bodhisattvayana, successore del Dharma del Maestro Prajñātāra erede nella discendenza monastica dell’Arhat Mahākāśyapa primo successore del Buddha Śākyamuni. Bodhidharma fu originario secondo alcuni tardi resoconti della sua vita dell’Impero Kusana e di nobile casata o brahmano è considerato il 1º patriarca del Buddhismo Zen.


Il Maestro Bodhidharma

In India, i ventisette patriarchi hanno trasmesso solo l’impronta della mente. E l’unico motivo per cui sono venuto in Cina è trasmettere l’insegnamento istantaneo del grande veicolo della liberazione. Questa mente è il buddha. Non parlo di precetti, devozioni o pratiche ascetiche, come l’immersione nell’acqua e nel fuoco, camminare sui chiodi, digiunare o astenersi dal sonno. Questi sono insegnamenti provvisori fanatici. Una volta che riconoscete la vostra mutevole natura miracolosamente consapevole, la vostra è la mente di tutti i buddha. I buddha del passato e del futuro parlano solo di trasmettere la mente. Non insegnano nient’altro. Se qualcuno capisce quest’insegnamento, anche se è analfabeta, è un buddha. Se non riconoscete la vostra stessa natura miracolosamente cosciente, non troverete mai un buddha, nemmeno se frantumerete il vostro corpo fino a ridurlo in atomi.

Bodhidharma

Kechimyaku - lignaggio spirituale

I Successori del Maestro Bodhidharma tramandarono l’insegnamento autentico del raccoglimento meditativo del Buddha nella fiorente discendenza di Grandi Maestri Illuminati del lignaggio Cáodòng, fino all’avvento del monaco buddhista giapponese (di scuola TendaiEihei Dogen Zenji, che dopo essersi formato con la guida del suo Maestro Rújìng (giap. Tendō Nyōjō) dalla Cina introdusse il Chán della tradizione Cáodòng in Giappone (1227 d.C.) ossia lo Zen della tradizione Sōtō.


Keizan Jōkin Zenji - Eihei Dōgen Zenji

Alcune generazioni più tardi il suo più importante successore Keizan Jōkin Zenji affinò ulteriormente l’insegnamento ereditato, strutturando le basi dell’attuale scuola Sōtō (曹洞宗), e dal quale si diramano differenti rami autenticati attraverso il kechimyaku, il documento della discendenza spirituale, le generazioni seguenti degli eredi della trasmissione del Dharma, fino a giungere alla nostra successione nella linea, detta “di sangue”, dei maestri annoverati nel lignaggio Zen Sōtō.

Il ramo del nostro lignaggio discende dal 77° abate di Eihei-ji, il tempio dell’eterna pace nella prefettura di Fukui in Giappone, Rempō Niwa Zenji.

Zuigaku Rempō Niwa Zenji (1905-1993), era un uomo dolce, tenero e premuroso. Niwa Zenji fu il settantasettesimo abate del monastero di Eiheiji, il tempio di Dōgen Zenji. Niwa Zenji in seguito servì come capo abate della Scuola Sōtō, e gli fu concesso dall’imperatore giapponese il titolo onorifico di 慈光圓海禅師 Jikô Enkai Zenji (Grande maestro Zen di luce compassionevole, oceano di pienezza). Un Gran Maestro del canto degli inni buddisti ‘Baika’ e un maestro riconosciuto della calligrafia e della pittura, molte delle sue opere appaiono sotto pseudonimi come 老梅 Rōbai (il vecchio susino), 梅庵 Baian (l’eremo del susino), 雪梅 Setsubai (Susino innevato) e altri.

Niwa Zenji è nato il 23 febbraio 1905, sesto di dieci figli di Kataro (padre) e Mura (madre) Shionoya nel villaggio di Uryuno, contea di Kimizawa, prefettura di Shizuoka, Giappone. Nel 1916, per sua stessa richiesta alla tenera età di 12 anni, suo zio, Niwa Butsuan Roshi (丹羽佛庵老師) del tempio Tokei-in (洞慶院) a Shizuoka, eseguì un’ordinazione sacerdotale di “abbandono della casa”. Niwa Zenji proseguì nel sacerdozio per i successivi 77 anni, fino alla sua morte.

I suoi eredi del dharma includono Gudō Wafu Nishijima e Moriyama Daigyo, nonché diversi insegnanti affiliati al lignaggio Taisen Deshimaru in Europa.

Tutti sembrano mirare a questa cosa chiamata ‘Satori’, chiedendosi che tipo di incredibile, fantastico avvenimento sia, tutti sembrano correre dietro a ciò che considerano questa cosa rara e meravigliosa. Ma Satori è solo l’illuminazione della Pratica-Illuminazione, un’illuminazione per cui, se si mangia solo una singola ciotola di riso, la pancia si riempie del valore di una ciotola, e poi questo circola e riempie tutto il corpo. Andare oltre e dimenticare anche questo fatto è ‘dimenticare le tracce dell’illuminazione’. Se riceviamo una ciotola, sorridiamo e basta. Queste sono ‘tracce di illuminazione’. Poi ci dimentichiamo e non resta nulla nemmeno da nominare. Se ci sediamo per un minuto, questo è un minuto di Buddha, e non c’è più niente. Allora possiamo dimenticare la traccia mentale della realizzazione e mostrare continuamente i segni reali della realizzazione dimenticata, momento per momento

Rempō Niwa Zenji

Maestro Zen Gūdō Wafu Nishijima

Nishijima Kazuo (1919-2014) meglio conosciuto con il nome monastico di Gudô Wafu Nishijima 西嶋愚道和夫, Yokohama29 novembre 1919 – Tokyo28 gennaio 2014, è stato un monaco buddhista e maestro zen giapponese. Giovanissimo, scopre attraverso la pratica sportiva l’importanza dell’equilibrio interiore. A 16 anni cerca di studiare lo Shōbōgenzō di Dogen, e si stupisce di non poter capire un libro pur essendo scritto in giapponese. Nell’ottobre 1940, all’età di 21 anni, partecipa ad un ritiro nel tempio Daichûji sotto la direzione del suo primo maestro, il monaco Zen Sawaki Kōdō (1888-1965), il cui insegnamento seguirà fino alla morte di quell’ultimo nel 1965.
Poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Nishijima si laurea in legge all’Università di Tokyo e comincia una carriera nella finanza. Si ritrova con il maestro Zuigaku Rempô Niwa, che sarà in seguito superiore generale della scuola Sōtō e settantasettesimo abate del monastero Eiheiji, da cui riceve formalmente l’ordinazione monastica. Quattro anni più tardi il maestro Niwa gli trasmise lo Shiho, riconoscendolo ufficialmente come uno dei suoi successori. Il maestro Nishijima proseguì la sua carriera professionale fino al 1979. Nel corso degli anni 60, iniziò a dare regolarmente conferenze pubbliche sul buddhismo e la meditazione Zen. A partire dagli anni 80, diede conferenze in inglese e così si legò ad un certo numero di studenti stranieri. Andando in pensione, riprese servizio presso una ditta cosmetica in difficoltà, la Ida Ryôgokudô, che, in ringraziamento, gli prestò un fabbricato a Ichikawa, nella periferia di Tokyo, dove poter stabilire un centro Zen residenziale. È da lì che per più anni, e fino alla chiusura del Dojo nel 2005, proseguirà con la diffusione del suo insegnamento, che poggia essenzialmente su due aspetti: lo studio dello Shôbôgenzô, e coltivare l’equilibrio del sistema nervoso autonomo attraverso la pratica della meditazione zazen.
Il maestro Nishijima è autore di più libri sul buddhismo Zen sia in giapponese che in inglese. La sua opera magna rimane però la sua traduzione con commenti in 13 volumi, in giapponese moderno, del Kana Shōbōgenzō in 95 fascicoli del maestro Dogen. Basandosi su quest’ultima, e in collaborazione con il suo allievo inglese, il maestro Zen Mike Chodo Cross, ha anche pubblicato in inglese una versione spesso considerata la più esatta e fedele che ci sia di quell’opera.

Questa è l’epoca in cui possiamo iniziare a “abbattere le mura del monastero” in senso figurato, per scoprire che le verità di Buddha possono essere praticate in qualsiasi luogo, senza l’edificazione di muri “interni” o “esterni”. Per alcuni di noi, la cucina di famiglia, l’asilo nido, l’ufficio o la fabbrica dove lavoriamo assiduamente e duramente, il letto d’ospedale, l’attività di volontariato o il municipio sono tutti il nostro “monastero” e il luogo di formazione. Possiamo arrivare a riconoscere il “monastero” situato in edifici in legno e piastrelle come un mezzo, un espediente, anche se con una sua forza e bellezza. Ci sono ancora momenti in cui ognuno di noi può beneficiare di periodi di ritiro e silenzio, che si tratti di un Sesshin o di un Ango, o della proverbiale capanna d’erba in colline lontane. Sì, questa Via ha ancora bisogno di ogni sorta di persone, ciascuna che persegua i percorsi di pratica adatti ai propri bisogni e alle circostanze, siano essi sacerdoti del tempio che soddisfano le esigenze dei loro parrocchiani, eremiti isolati nelle caverne, monaci celibi nei monasteri di montagna o “fuori nel mondo” che dimostrano che tutto può essere trovato proprio nelle strade della città e nelle autostrade trafficate di questo mondo moderno. Nishijima, un prete Zen ma anche un lavoratore, marito e padre, per la maggior parte della sua vita, si è distinto per l’eliminazione del concetto di “dentro” e “fuori”. Era qualcuno che conosceva il valore dei tempi di ritiro, ma anche la costante realizzazione di questi insegnamenti in casa, sul posto di lavoro e nelle mense.

Estratto dal Memoriale di Nishijima Roshi del 2014 di Sensei Jundō Cohen

Sensei Federico Dainin Procopio
Fondatore della comunità Zen internazionale della Montagna Senza Cima
www.lamontagnesanssommet.com

Mi è stato chiesto quale fosse la mia religione da quando ho spiegato che lo Zen non è una religione. Ho chiesto in risposta se una religione sia indispensabile e obbligatoria per crescere umanamente e spiritualmente. Allora ho risposto che la mia religione è l’uomo. L’uomo in tutta la sua bellezza e complessità, l’uomo fatto di gemme e di crepe. La mia fede è il volto originale di ogni essere. Il mio tempio sono le colline e le valli, come dōjō preferisco le città, le città degli uomini. I miei desideri sono ispirati dalla saggezza della natura e degli elementi, e il mio credo è di vivere in armonia con l’universo e i suoi abitanti, tutti i suoi abitanti. Non voglio avere grandi sangha, né templi che imitano il Giappone, né il riconoscimento di autorità dogmatiche, e tantomeno potere, né sapere e qualifiche religiose; è così inutile e ridicolo. Questo non mi interessa e tuttavia è ciò a cui alludiamo quando parliamo di religione. La mia religione sei tu come sei e ci metto tutto il cuore per crederci, ogni giorno. La mia religione è il mio Volto Originale, ed il tuo, questo volto che mi porta oltre ciò che in me è luce e nel cuore dei miei vagabondaggi e anche delle mie tenebre. La mia religione è un grande ‘non so’. I titoli, le proprietà, la grandezza, la ricchezza, il potere, le parodie di saggezza, le arie di sapienza e gli atteggiamenti da grande maestro… Non li voglio. Ma voglio essere un uomo buono e giusto senza compromessi. Questo è ciò che insegno. Voglio praticare la Via sulle strade del mondo e lontano dai templi dorati e imponenti. Questo è il mio esempio. Ma voglio anche unire le mie mani con i miei fratelli cristiani, condividere il pane, la coppa e il canto con i miei fratelli ebrei, inchinarmi e adorare l’Inesprimibile con i miei fratelli musulmani e con i miei fratelli atei parlare di un fiore e di una farfalla, dell’immenso cielo e del vasto oceano, della vita difficile e meravigliosa. E con loro condividere uno zazen universale. Questa è la mia fede e questo è tutto ciò che ho da offrirvi come maestro Zen. E la mia fede ha un solo credo: il silenzio meditativo del grande shikantaza, (sedersi libero, fiducioso e sereno in qualsiasi luogo e con qualsiasi essere), vivo, innamorato, sincero e senza trucco. Siediti vicino a me chiunque tu sia e dove tu sia.

Sensei Federico Dainin Procopio

Sensei Davide Kyōgen Colombu
fondatore del Dōjō Zen Chūshin

Quando parlo di meditazione, sottolineo sempre che non si tratta unicamente di una pratica orientale, e per questo non é importante vestirsi, mangiare e in generale imitare le movenze giapponesi, indiane, cinesi, coreane etc… la meditazione non ha niente a che vedere con una particolare appartenenza che sia di tipo religioso, culturale, sociale, politico, alimentare, morale. Al contrario é proprio a chi si spoglia di queste vesti che il silenzio parla e tesse le trame del risveglio. Spesso nelle mie lezioni faccio il paragone della naturale predisposizione al raccoglimento meditativo da parte dei pastori erranti in quieta vigilanza del proprio gregge immerso nella natura, come in uno stato intermedio tra l’attività e il riposo, tra la forma e il vuoto, tra l’essere qui e l’essere in ogni luogo, in ogni forma di vita, in ogni cosa. Non si tratta di semplice naturalismo, nella tradizione meditativa di tutti i tempi e di tutti i luoghi la natura ha il suo ruolo centrale nell’eredità sapienziale trasmessa dai contemplatori di questa dimensione, se vogliamo idilliaca e che può anche apparire distante dalla realtà dei più, che trascorrono la maggior parte delle loro vite in città…ma il ritorno alla natura originaria di tutte le cose non può che passare dalla foresta anche se dovesse trattarsi di una selva oscura. Ritornare a risuonare in armonia con il nostro sé senza confini senza identità animale, vegetale, elementale… Sarebbe bello ritrovare la stessa armonia del profumo dei boschi e del sound del vento tra le foglie nei nostri palazzi di ferro, cemento, plastica…ma sappiamo che é così e non é così. La Via della meditazione é per tutti non solo per fachiri, stoici o funamboli dell’esistenza…e quanto é bello immergersi nella foresta anche se devo ammettere che é bello immergersi anche nella vita pulsante di un condominio…ma non é facile. D’altronde il primo monastero in cui il saggio Gautama visse e predicò non fu un palazzo decorato in oro e argento ma un verde boschetto a cielo aperto.

Sensei Davide Kyōgen Colombu


A sinistra lo Zendō del Dōjō Zen Chūshin,
a destra un ikebana di Enrico Genji Kashū Nicolosi sensei
insegnante di Dharma e della Via dei fiori.

Il Dōjō Zen Chūshin “Nel Centro” diffonde la cultura e la pratica della meditazione attraverso un linguaggio e una forma affine alla nostra società contemporanea e multiculturale.

Il Dōjō è realizzato per una totale immersione nelle discipline orientali. Lo Zendō, la sala dedicata alla pratica dello Zen, riprende le linee minimaliste delle abitazioni tradizionali giapponesi in stile Washitsu (和室) caratterizzato da pannelli paravento in legno e carta di riso (shōji) che filtrano i raggi solari rendendo la luce tenue e calda. Mentre il pavimento in paglia di riso intrecciata e pressata (tatami) trasmette una sensazione molto piacevole e rilassante.



Nel Centro è un associazione senza scopo di lucro autofinanziata dai propri soci. I contributi di partecipazione alle attività culturali sono calcolati in funzione ai costi indispesabili per la loro fruizione senza guadagno né perdita. Il Dojo Zen Chūshin “Nel Centro” nasce con l’intento di custodire e trasmettere la Via dello Zen sia nei suoi principi tradizionali, sia nelle sue applicazioni moderne complementari alla psicologia, al benessere psicofisico, allo sport e al lavoro come in ogni momento della vita quotidiana.

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