Dōjō Zen Chūshin

Centro di meditazione della Via dello Zen in Sardegna

Il termine dōjō nell’immaginario comune della cultura occidentale è spesso associato ad una semplice palestra per l’allenamento delle attività sportive legate al mondo delle arti marziali. Diversamente nella cultura dell’Asia orientale il dōjō era originariamente il luogo in cui il Buddha Shakyamuni ottenne il risveglio ed in seguito divenne il luogo adibito alla pratica attraverso tutte quelle arti legate ai principi propri del del Dō 道 la Via della ricerca interiore. Non solo le arti marziali della Via ma anche tutte quelle arti meditative tradizionali come l’arte della cerimonia del the Chadō, l’arte di disporre i fiori in un vaso Kadō, l’arte della calligrafia Shodō etc… arti che insieme alla meditazione Zazen coltivano la Via del risveglio “Satori 悟” e della corretta pratica del Dharma espressa nei discorsi del Buddha storico in particolare nei Prajñāpāramitāsūtra.

La Via dello Zen affonda le sue radici nella tradizione spirituale del buddhismo mahāyāna sviluppato in Cina e successivamente in Giappone dove nel corso dei secoli si spoglia delle complesse ideologie religiose (mantenendone i principi essenziali) in prevalenza costituite posteriormente alla scomparsa del Buddha Shakyamuni, riconoscendo nella vita quotidiana così com’è, ovvero liberata da tutte quelle distorsioni della mente annebbiata dal malessere esistenziale (dukkha), la porta senza porta della consapevolezza profonda (prajñā) attraverso la quale è possibile realizzare (non a comprendere semplicemente) il Risveglio buddhico che nello Zen viene chiamato satori.

Sensei Kyōgen Davide Colombu

Cenotafio del Maestro Gautama Siddhārtha, il Buddha Śhākyamuni

Il ruolo dell’altare nello Zen

Nei dōjō come nei templi Zen si trovano strutture simili ad altari detti butsudan (dimora dei buddha).

Rispetto alle apparenze, nell’insegnamento del Buddha non c’è nessun culto religioso, infatti la tradizione non si riferisce al Buddha come ad un dio. Le immagini che troviamo negli “altari” che sono invece cenotafi, ovvero tombe senza salma, sono in realtà rappresentazioni antropomorfe e simboliche della nostra psiche insieme alle rappresentazioni dei maestri principali. Quando accendiamo la candela e offriamo i fioril’incenso, e l’acqua, e a seconda dell’occasione il the, il saké, la frutta e i dolci lo facciamo con la stessa mente che porta un fiore ad un caro defunto (i maestri ossia i buddha) ma anche come celebrazione di ciò che di più luminoso abita in noi (l’archetipo dei bodhisattva). E quando congiungiamo le mani nel mudra di gasshō e ci inchiniamo, oppure ci prostriamo posando il corpo al suolo e piegando il capo fino a terra, lo facciamo con la stessa mente dell’uomo che si inchina a quanto di più importante possiamo contemplare nella nostra vita, come l’amore per il bene supremo a cui dedichiamo gli sforzi della nostra vita/pratica per il beneficio di ogni più piccola entità vivente.


Sensei Kyōgen Davide Colombu fondatore del Dōjō Zen Chūshin

Il termine Zen 禅 deriva dal sanscrito: dhyana tradotto genericamente con il termine “meditazione” riferito alle tradizioni del buddhismo giapponese (Rinzai, Sōtō, Ōbaku, Fuke e Sanbō Kyōdan) fondate sullo Zazen (termine giapponese per “meditazione seduta”) assimilato dalle tradizioni del Buddhismo cinese Chán che discendono dal leggendario monaco viandante Bodhidharma.

Bodhidharma (483 circa – 540) è stato un monaco buddhista persiano, 28º patriarca del Buddhismo indiano appartenente alla corrente Mahāyāna, ed erede del Dharma del Maestro Prajñātāra. Originario, secondo alcuni tardi resoconti della sua vita, dell’Impero Kusana e di nobile casata, o brahmano, ritenuto primo patriarca del Buddhismo Chán, da lui sarebbe nato anche, secondo alcune tarde leggende, lo stile di combattimento di Shàolínquán.


Il Maestro Bodhidharma incontra Huìkě il secondo patriarca del Chan/Zen

Usare la mente per cercare la realtà è illusione. Non usare la mente per cercare la realtà è consapevolezza. Liberarsi dalle parole è liberazione. Conservarsi incontaminato dalla polvere della sensazione è custodire il Dharma. […] Non creare illusioni è illuminazione. Non lasciarsi catturare dall’ignoranza è saggezza. L’assenza di afflizione è nirvana. E l’assenza di fenomeni mentali è l’altra riva. Questa riva esiste quando sei illuso. Non esiste quando ti risvegli. I mortali stanno su questa riva. Ma coloro che scoprono il più grande di tutti i veicoli non sono né su questa né sull’altra riva. […] Coloro che vedono l’altra riva come differente da questa non comprendono lo Zen.

Bodhidharma – Discorso sul risveglio

Di mano in mano, “da cuore a cuore da mente a mente”, da Maestro a Maestro la ciotola del mendicante e la veste del Buddha il Kasaya giunsero a Eihei Dogen Zenji, e Keizan Jōkin Zenji: Maestri del lignaggio dello Zen giapponese denominato scuola Sōtō (曹洞宗) e dai quali sussegue una linea tracciata di custodi della Via dello Zen fino ad oggi.

La successione dei Maestri

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Rempō Niwa Zenji è nato a Shizuoka, in Giappone. Suo padre era un maestro di scuola e sua madre era una contadina. Dopo la laurea presso l’Università di Tokyo, è stato nominato guida del Tempio Tokei-in e successivamente ha studiato ad Antai-ji. All’età di 50 anni, Niwa divenne il 77 ° abate del monastero di Eihei-ji. Ha anche ricevuto il titolo imperiale di Jikô Enkai Zenji (“Grande Maestro Zen di Compassione, Oceano di Pienezza”).

Un appassionato praticante di Zazen, ha ricostruito lo zendo (sala di meditazione) in modo che i giovani in formazione potessero impegnarsi meglio in questa pratica essenziale. I suoi eredi del dharma includono Gudō Wafu Nishijima e Moriyama Daigyo, nonché diversi insegnanti affiliati al lignaggio Taisen Deshimaru in Europa. Zenji (letteralmente, “Maestro Zen”) è un titolo onorifico dato all’abate del tempio Eihei (Eihei-ji), sede della scuola Sōtō, fondata nel XIII secolo dal Maestro Dōgen.

Insieme allo Zen si esercitò nell’arte della scrittura Shodō e nella pittura, il Sumi-e. Le sue opere sono state firmate con vari pseudonimi tra i quali “Vecchio Susino”. Niwa morì nel 1993.

Maestro Zen Gūdō Wafu Nishijima Roshi

Nishijima Kazuo meglio conosciuto con il nome monastico di Gudô Wafu Nishijima 西嶋愚道和夫, Yokohama29 novembre 1919 – Tokyo28 gennaio 2014, è stato un monaco buddhista e maestro zen giapponese. Giovanissimo, scopre nella pratica sportiva il suo primo scorcio dell’importanza dell’equilibrio interiore. A 16 anni cerca di studiare lo Shōbōgenzō di Dogen, e si stupisce di non poter capire un libro pur essendo scritto in giapponese. Nell’ottobre 1940, all’età di 21 anni, partecipa ad un ritiro nel tempio Daichûji sotto la direzione del suo primo maestro zen, il Sawaki Kōdō (1888-1965), il cui insegnamento seguirà fino alla morte di quell’ultimo nel 1965.
Poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Nishijima si laurea in legge all’Università di Tokyo e comincia una carriera nelle finanza. Ritrova il maestro Zuigaku Rempô Niwa zenji (sarà in seguito superiore generale della scuola Sōtō e settantasettesimo abate del monastero Eiheiji) che gli conferisce l’ordinazione monastica. Quattro anni più tardi, Niwa gli trasmise il shiho, riconoscendolo formalmente come uno dei suoi successori. Nishijima proseguì la sua carriera professionale fino al 1979. Nel corso degli anni 60, Nishijima iniziò a dare regolarmente conferenze pubbliche sul Buddhismo e la meditazione zen. A partire dagli anni 80, diede conferenze in inglese e così si legò ad un certo numero di studenti stranieri. Andando in pensione, riprese servizio presso una ditta cosmetica in difficoltà, la Ida Ryôgokudô, che, in ringraziamento, gli prestò un fabbricato a Ichikawa, nella periferia di Tokyo, dove poter stabilire un centro residenziale. È da lì che per più anni, e fino alla chiusura del Dojo nel 2005, proseguirà la diffusione del suo insegnamento, che poggia essenzialmente su due aspetti: l’interpretazione dello Shôbôgenzô, e l’equilibrio del sistema nervoso autonomo, indotto dalla pratica di zazen.
Nishijima è l’autore di più libri in giapponese ed inglese. La sua opera magna rimane però la sua traduzione con commenti in 13 volumi, in giapponese moderno, del Kana Shōbōgenzō in 95 fascicoli del maestro Dogen. Basandosi su quest’ultima, e in collaborazione con il suo allievo inglese, il maestro Zen Mike Chodo Cross, ha anche pubblicato in inglese una versione spesso considerata la più esatta e fedele che ci sia di quell’opera.

Questa è l’epoca in cui possiamo iniziare a “abbattere le mura del monastero” in senso figurato, per scoprire che le verità di Buddha possono essere praticate in qualsiasi luogo, senza l’edificazione di muri “interni” o “esterni”. Per alcuni di noi, la cucina di famiglia, l’asilo nido, l’ufficio o la fabbrica dove lavoriamo assiduamente e duramente, il letto d’ospedale, l’attività di volontariato o il municipio sono tutti il nostro “monastero” e il luogo di formazione. Possiamo arrivare a riconoscere il “monastero” situato in edifici in legno e piastrelle come un mezzo, un espediente, anche se con una sua forza e bellezza. Ci sono ancora momenti in cui ognuno di noi può beneficiare di periodi di ritiro e silenzio, che si tratti di un Sesshin o di un Ango, o della proverbiale capanna d’erba in colline lontane. Sì, questa Via ha ancora bisogno di ogni sorta di persone, ciascuna che persegua i percorsi di pratica adatti ai propri bisogni e alle circostanze, siano essi sacerdoti del tempio che soddisfano le esigenze dei loro parrocchiani, eremiti isolati nelle caverne, monaci celibi nei monasteri di montagna o “fuori nel mondo” che dimostrano che tutto può essere trovato proprio nelle strade della città e nelle autostrade trafficate di questo mondo moderno. Nishijima, un prete Zen ma anche un lavoratore, marito e padre per la maggior parte della sua vita, si è distinto per l’eliminazione del concetto di “dentro” e “fuori”. Era qualcuno che conosceva il valore dei tempi di ritiro, ma anche la costante realizzazione di questi insegnamenti in casa, sul posto di lavoro e nelle mense.

Estratto dal Memoriale di Nishijima Roshi del 2014 di Jundo Cohen

Sensei Dainin Federico Procopio
Fondatore della comunità Zen internazionale della Montagna Sanza Cima
www.lamontagnesanssommet.com

Finché non sappiamo amare profondamente noi stessi, non possiamo sapere come amarci l’un l’altro in pienezza. E l’altro, invece di essere un dono, un regalo, sarà solo un palliativo per la nostra mancanza di amore. Per favore, non perdere tempo, siediti con tutto l’amore che puoi. E quando questo amore ti ha riconciliato con la tua vita, può allora inondare il mondo. Senza aspettarti nulla in cambio. Lascia che la meditazione sia quello sguardo amorevole di te stesso su te stesso. L’amore che danza nella gioia, l’amore che guarisce le ferite, l’amore che accetta e dimentica gli errori, l’amore del giubilo dei tuoi talenti, l’amore che illumina questo corpo così com’è, questa storia che è tua, così com’è.

Sensei Dainin Federico Procopio


Sensei Kashū Enrico Nicolosi

Insegnante di Dharma del Dōjō Zen Chūshin
e praticante della Via dell'Ikebana
l'arte meditativa giapponese del
disporre i fiori in un vaso.


Nel Centro è un associazione senza scopo di lucro autofinanziata dai propri soci. I contributi di partecipazione alle attività culturali sono calcolati in funzione ai costi indispesabili per la loro fruizione senza guadagno né perdita. Il Dojo Zen Chūshin “Nel Centro” nasce con l’intento di custodire e trasmettere la Via dello Zen sia nei suoi principi tradizionali, sia nelle sue applicazioni moderne complementari alla psicologia, al benessere psicofisico, allo sport e al lavoro come in ogni momento della vita quotidiana.

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