Shojin Ryori 精進料理

Shojin Ryori 精進料理 è un modo per cucinare il cibo che viene utilizzato nei monasteri Zen in Giappone. Una cucina leggera ma nutriente, in linea con i principi della tradizione del Buddhismo, per questo in prevalenza vegana e vegetariana, senza aglio e cipolla. Studiata per essere allo stesso tempo nutriente e facilmente digeribile per facilitare gli esercizi meditativi e la vita monastica dei monaci.

Uno degli aspetti più importanti nella tradizione della Shojin Ryori, la cucina della devozione, è l’accortezza con cui si maneggiano e si trasformano le materie prime che diventeranno il nostro nutrimento. A partire dall’acqua utilizzata per il lavaggio dei diversi ingredienti come nel rito del lavaggio del riso. Che deve essere accarezzato e non mischiato.

Trattare il cibo significa arricchirlo delle proprie energie, emozioni, intenzioni, per questo l’atteggiamento di un vero cuoco zen è essenziale. Quando il “Tenzo“, il capo cuoco di un monastero Zen, cucina, sta praticando profondamente, ed ogni suo piatto è il risultato dell’armonia, del rispetto, della purezza e della tranquillità che si riflette sia nel sapore sia nella parte più sottile, il Gu-Ki, l’anima spirituale del nutrimento.

Cucinare è l’illuminazione in cucina. Cucinare è prendersi cura della triplice gemma: Buddha, Dharma e Sangha.

In Giappone il ruolo del tenzo è considerato secondo solo al ruolo dell’abate del tempio, in termini di complessità e sforzo. Il tenzo comincia silenziosamente a lavorare prima che suoni la sveglia generale del monastero, mentre tutti ancora dormono, e spesso è anche l’ultimo ad andare a dormire.

Molteplici sono le regole della Shojin Ryori. La cucina Zen è organolettica ovvero deve nutrire attraverso tutti i sensi non solo con il gusto. L’aglio, la cipolla e tutti i suoi parenti sono banditi dalla cucina del monastero per motivi molto importanti. La Shojin Ryori viene influenzata anche dagli studi della medicina tradizionale cinese, per questo ha una funzione riequilibrante e disintossicante nel complesso psicofisico.

I pasti vengono presentati nella forma del Kaiseki 懐石, un vassoio contiene una combinazione virtuosa di mono porzioni già tagliate (nella cucina giapponese non si usa mai il coltello a tavola) unisce le diverse consistenze del cibo che può essere liquido, cremoso, croccante etc. alla regola dei 5 colori, del bilanciamento dei 6 sapori e dei 10 differenti tipi di cottura. Il risultato è un’esperienza mistica.

Il significato intrinseco dell’alimentazione è molto sentito nella pratica dello Zen. Siamo ciò che pensiamo dice il Buddha, ma, ancora di più siamo ciò che mangiamo. Il cibo che ci alimenta è il frutto di un sacrificio e visto che per mantenerci in vita dobbiamo necessariamente uccidere, non importa se vegetali o animali, funghi o minerali. Allora che l’alimentazione sia un atto sacro, poiché per lo stesso potere che mette in tavola il nostro cibo anche noi un giorno verremo consumati dall’universo. Cucinare e alimentarsi con devozione è un diritto e un dovere nei confronti del Buddha. Il nostro sé più luminoso e autentico. Nei confronti dell’ambiente, che ormai esausto continua con sempre più fatica a sostentarci. Nei confronti di tutti gli esseri senzienti soprattutto i più deboli e indifesi.

Le 5 riflessioni Nella cerimonia del pasto di un monastero Zen:
  • Primo riflettiamo sulla nostra vita quotidiana e da dove nasce.

  • Secondo riflettiamo sulla naturale offerta che riceviamo e se la nostra virtù e pratica lo merita.

  • Terzo riflettiamo sulla naturale e originaria condizione della mente libera da attaccamenti e condizionamenti.

  • Quarto dobbiamo essere liberi dall’avidità; prendiamo questo cibo per mantenere il corpo in buona salute.

  • Quinto prendiamo questo cibo per l’illuminazione.

Il Tenzo Kyokun è un trattato della tradizione Zen elaborato dal Maestro Eihei Dogen patriarca della tradizione Soto.

Quando preparate il cibo, non considerate mai gli ingredienti da una certa prospettiva ordinaria, e non pensate nemmeno a essi solo con le vostre emozioni. Mantenete un atteggiamento che cerca di costruire grandi templi con verdure ordinarie, che espone la Verità del Buddha con l’attività più insignificante.

Quando fate una minestra con umili verdure di tutti i giorni, non lasciatevi trasportare da sentimenti di avversione e non stimatele di poco conto; né saltate dalla gioia soltanto perché vi hanno dato ingredienti di gran qualità per fare un piatto speciale.

Coltivate piuttosto una disposizione d’animo che li vede e li rispetta pienamente per quello che sono. Non siate negligenti o trascurati solo perché le materie prime sono semplici, e non gettatevi a lavorare con più alacrità e diligenza solo perché sono di qualità superiore. Una pietanza non è necessariamente superiore perché l’avete preparata con ingredienti rari, né una minestra è inferiore perché l’avete fatta con verdure semplici.

Impegnate la vostra mente e dedicatevi a superare la perfezione degli antichi patriarchi, per adempiere la vostra funzione per la Via, perché toccare e scegliere una semplice verdura con serena concentrazione può divenire una pratica di illuminazione. Se i grandi maestri del passato erano capaci di fare una minestra semplice con una quantità esigua di verdure, noi dobbiamo cercare di fare una buona minestra con la stessa quantità.

È difficile. Perché la nostra mente corre qua e là come i cavalli selvaggi nei campi, e le emozioni rimangono incontrollate, come le scimmie che si dondolano tra gli alberi. Se solo ci fermassimo a riflettere sul cavallo e la scimmia, la nostra vita diverrebbe con naturalezza una cosa sola con il nostro lavoro. Cucinare è un mezzo con cui trasformiamo le cose, mentre, allo stesso tempo, ne siamo trasformati. È essenziale purificare la nostra mente attraverso i gesti del lavoro quotidiano, essere consapevoli dell’assoluto e del relativo.

Maneggiate quindi anche una singola foglia di verdura in modo tale che manifesti il corpo del Buddha. Ciò a sua volta permette al Buddha di manifestarsi in voi attraverso la foglia.

Dal Tenzo Kyokun, “Istruzioni a un cuoco zen”
Eihei Dogen Zenji