Dōjō Zen Chūshin
Presso l'ass.ne "Nel Centro", a Marrubiu in via Oristano 107, 
sorge il Dōjō ZEN Chūshin 道場禅中心, 
centro di cultura e pratica della Via dello Zen 禅道. 
Con il termine Zen (禅) ci si riferisce a un insieme di scuole buddhiste giapponesi 
che derivano per dottrine e lignaggi dalle scuole cinesi del Buddhismo Chán 
a loro volta fondate, secondo la tradizione, 
dal leggendario monaco indiano Bodhidharma.
Ventottesimo patriarca di una trasmissione 
dell'insegnamento Buddhista che ha in Mahākāśyapa, 
discepolo del Buddha Shakyamuni, il primo patriarca:

«Mahakasyapa, il primo, trasmise la lampada, 
poi la storia 
contò ventotto patriarchi 
sotto il cielo dell'India. 
Attraverso i mari, 
la lampada ha raggiunto questa terra;
Bodhidharma ne fu il fondatore.
Sei generazioni gli succedettero
e trasmisero la veste.
Ormai, nelle generazioni future,
numerosi saranno coloro che vedranno la luce.»

Yǒngjiā zhèngdào gē (永嘉證道歌)

Sebbene il Buddhismo possa sembrare semplice e intuitivo, 
la comprensione del Dharma e l’integrazione dei suoi principi 
nella vita quotidiana va oltre l'apparenza 
di sedicenti insegnanti di meditazione. 
La comprensione intellettuale non è sufficiente 
per cogliere l'insegnamento sottile del Buddha Shakyamuni. 
Troppo spesso la lettura in chiave "occidentale" 
di una cultura lontana, seppur con tutte le buone intenzioni, 
tende ad una comprensione superficiale 
o a fraintenderne il significato. 
Come cibarsi della scorza di un frutto 
senza assaporarne la polpa in profondità 
non si godrà della realizzazione della pratica 
rischiando di dimorare in una dimensione illusoria 
e di fatto controproducente. 
La pratica dello Zen non serve a curare nessuna patologia. 
Troppo spesso viene utilizzata la parola Zen 
come sinonimo di una pillola miracolosa 
capace di migliorare la vita e le nostre prestazioni.
Ma lo Zen non è una pillola 
che libera dai sintomi del malessere condannato.
La pratica dello Zen è volta 
a maturare consapevolezza, 
a liberarci dall'ignoranza
ad aprire la percezione alla "vacuità" 
oltre i margini dell'individualismo.
La maggior parte delle tecniche di meditazione
sono solo un gingillo per intrattenere la mente, 
una volta colclusa la seduta di "meditazione" 
o poco tempo dopo
si ritorna al punto di partenza.
Lo Zen è oltre tutto ciò perchè si occupa della
causa e non dei sintomi.
Lo Zen è riconciliazione non discriminazione.
Finchè si tratterà il proprio corpo-mente 
come un avversario da sconfiggere
non ci sarà miglioramento.
Siediti e basta.


Nella sua essenza lo Zen mira alla comprensione diretta 
del significato della vita senza la mediazione della logica razionale 
e del linguaggio. Il mezzo per liberare la mente 
dalla schiavitù delle parole e dall’intrusione dell’intelletto, 
cosi da vedere la propria innata natura 
di esseri liberi e risvegliati, è lo ZazenLo Zazen è l’esperienza diretta e totale del momento presente, 
dell’essere qui e ora.

Guida la pratica 光大 Kudāi Davide Colombu, monaco Zen Sōtō.  
Ha iniziato a praticare lo Zen nel 2009 presso il tempio Zen Sōtō Sanboji 
dove ha vissuto come monaco residente e conseguito l’ordinazione monastica 
dal Kokusai fukyoshi S. Tetsugen nel lignaggio Daiun Sogaku Harada. 
Dopo 5 anni di studio e pratica delle radici dello Zen 
lascia l’eremo di montagna per proseguire autonomamente nella Via del Buddha 
seguendo le orme del monaco itinerante Koudo Sawaki. 
Nel 2018 si unisce al sangha del Centre Zen “La montagne sans sommet”- Paris  
partecipando ai ritiri sesshin nel lignaggio Sōtō Zen
Renpo Niwa Zenji, Gudô Wafu Nishijima Roshi 
con la guida del Maestro Zen Federico Dainin-Jôkô Procopio. 
Nell'arco dei ritiri intensivi sesshin dell'anno 2019 svolge le veci 
di shusso assistente cerimoniere dell'abate.  
Con un occhio di riguardo per la tradizione degli antichi maestri 
e l’altro rivolto alla naturale evoluzione del panorama socioculturale, 
sparge i semi della consapevolezza, intessendo un dialogo armonico 
tra lo Zen e il mondo interdisciplinare della promozione sociale. 

Lo scopo della pratica Zen, se vogliamo parlare di scopo, è quello di renderci consapevoli che ognuno di noi possiede il potenziale per risvegliarsi alla propria vera natura e che l’Essenza naturale delle cose è intrinseca a tutte le persone. Ognuno può praticare a prescindere dal proprio credo in quanto meditare non è rilegare, ma liberare dalle catene della mente e dalle credenze precostituite.

Spesso nel dōjō si trovano strutture simili ad altari 
detti butsudan (sede dei Buddha). Riferiti non al culto delle divinità 
ma in memoria dei Grandi Maestri defunti, 
ricordati e omaggiati come buddha eterni.
Antenati della trasmissione del Dharma, 
dal Buddha storico Gautama Siddhartha 
e di maestro in maestro nelle differenti discendenze 
e diramazioni per ogni lignaggio.


Raffigurazione di Eihei Dōgen Zenji fondatore dello Zen Sōtō in Giappone

Il termine dōjō viene impropriamente tradotto in palestra 
ed inteso come spazio per l'allenamento delle attività sportive 
legate al mondo degli sport da combattimento e delle arti marziali, 
mentre nella cultura dell'Asia orientale il dojo è il luogo volto a coltivare, 
seguendo il  道 la Via della ricerca interiore attraverso la pratica quotidiana, 
l'unità di mente-corpo-spirito, ovvero, la realizzazione della perfetta consapevolezza "Satori 悟" 
della vacuità dei fenomeni espressa nei discorsi del Buddha storico come nei Prajñāpāramitāsūtra.
Insegnamento cardine, insieme al Sutra del Loto, della dottrina del Buddhismo Mahayana. 
Il Sutra del Cuore, Maka Hannya Haramita Shin Gyo, l'essenza del Sutra Della Grande Saggezza, 
è l'insegnamento centrale del cerimoniale O-kyōお経  in ricordo degli insegnamenti del Buddha, 
dei maestri e delle maestre del lignaggio della tradizione del Buddhismo Zen.


Dōjō 道場 è un termine della lingua giapponese 
che indica il luogo 場   dove si segue la Via 道 In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, 
indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio 
e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. 
Il termine venne poi adottato nel mondo militare 
e nella pratica del Bujutsu, che durante il periodo Tokugawa
fu influenzata dalla tradizione Zen, 
perciò è a tutt'oggi diffuso nell'ambiente delle arti marziali.


Nel budō, la Via del Samurai, il dōjō è lo spazio in cui si svolge l'allenamento 
ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura 
con le arti della Via;

tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, 
che individua il dōjō quale luogo di raccoglimento e di meditazione.

Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi dōjō 
che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa; 
abbelliti con lavori di calligrafia e oggetti artistici spesso preparati dagli stessi allievi,
essi esprimevano appieno l'atmosfera di dignità che vi regnava;

 

"I fili l'infinto" 
opera di Maria Jole Serreli
donata al Centro Zen Chūshin


Talvolta su di una parete veniva posto uno scrigno, simbolo che il dōjō 
era dedicato ai più alti valori e alle virtù del Dō "La Via".

Il dōjō è la scuola del sensei (maestro): 
egli ne rappresenta il vertice e sue sono le norme di buon andamento della stessa; 
oltre al maestro ci sono altri insegnanti, suoi allievi, 
ed i senpai (allievi più esperti) che svolgono un importante ruolo: 
il loro comportamento quotidiano rappresenta l'esempio 
che deve guidare gli altri praticanti.
Koudāi Davide Colombu con Genji Enrico Nicolosi 
in visita al Dōjō Zen Chūshin "Nel Centro", occasione nel quale ha svolto 
le veci di abate ricevendo la carica onoraria di maestro di Dharma 
del centro Zen Chūshin.


Il Dōjō Zen Chūshin rappresenta un luogo di: 
meditazione, concentrazione, apprendimento, amicizia e rispetto.

Il praticante quando entra nel dōjō deve lasciare alle spalle 
tutti i problemi della quotidianità, 
purificare la mente e concentrarsi solo sulla propria pratica 
per superare i suoi limiti e le sue insicurezze, 
in un costante confronto con sé stesso.


Quando i praticanti indossano il samue diventano tutti uguali; 
la loro condizione sociale o professionale viene lasciata nel genkan 
(l'area in cui ci si toglie e si ripongono le scarpe), 
per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. 
Si apprende con le tecniche una serie di norme, 
che vanno dalla cura della persona, dell'abbigliamento, 
delle attrezzature per la pratica, al fatto di non urlare, non sporcare, 
non fumare immediatamente prima e dopo le attività, 
non portare accessori superflui come gioielli, orologi, spegnere i cellulari, tablet etc., 
al fatto di comportarsi responsabilmente dentro e fuori dal dōjo sono parte integrante della Via. 
Il dōjō è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate.
Nel dōjō viene eseguito il rito del samu (lavoro/pulizie): 
dopo la pratica gli allievi ripongono le attrezzature in comune 
al loro posto e nelle stesse condizioni, se non meglio, 
di come sono state trovate; ripuliscono ogni sala e il bagno; 
lasciando pulito il dōjō per le attività successive così come essi stessi ne hanno beneficiato. 
Inoltre tale tradizione è simbolo della purificazione del proprio essere 
riflesso nella cura dell'ambiente che ci accoglie.

Si entra e si esce dal dōjō inchinandosi: 
un gesto di rispetto e ringraziamento, 
verso tutto ciò che ci permette di essere 
qui e ora.