Dojo Zen Chüshin

Dōjō 道場 è un termine della lingua giapponese che indica comunemente il luogo dove si svolgono gli allenamenti nelle arti marziali. Etimologicamente significa il luogo 場   dove si segue la Via 道 . In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu, che durante il periodo Tokugawa fu influenzata dalla tradizione Zen, perciò è a tutt’oggi diffuso nell’ambiente delle arti marziali.


Presso l'ass.ne "Nel Centro", a Marrubiu in via Oristano 107, sorge il Dojo ZEN Chüshin 道場禅中心, 
centro di cultura e pratica della Via dello Zen 禅道, 
una tradizione del buddhismo che discende dall'insegnamento del Buddha storico Gautama Siddharta 
trasmessa dall'India alla Cina secondo l'interpretazione del monaco intinerante Bodhidharma 
e dei suoi successivi eredi del Dharma nella tradizione cinese Chán, giunta in Giappone con il nome di Zen.
La filosofia Zen improntata alla severità, alla semplicità e al perfezionamento di sé, 
ha radicalmente influenzato la scena culturale giapponese plasmandone i valori etici ed estetici.
Oggi lo Zen è universalmente diffuso in tutto il mondo essendo prerogativa non di un 
modello etnico-culturale circoscritto, ma di una dimensione essenziale dell'essere nel (proprio) centro.

I Occidente il termine dojo viene impropriamente tradotto in palestra ed inteso unicamente come spazio per l’allenamento delle attività sportive, mentre nella cultura orientale il dojo è il luogo nel quale si può coltivare, seguendo il  道 la Via della ricerca interiore, l’unità tra mente-corpo-spirito, ovvero, la realizzazzione della perfetta consapevolezza di cui si parla nel Sutra del Cuore Hannya Shin Gyo.


Davide Koudai Colombu monaco Zen fondatore del Dojo Zen Chüshin
e presidente in carica di A.P.S. Nel Centro

Nel budō, la Via del Samurai, il dojo è lo spazio in cui si svolge l’allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dojo quale luogo di raccoglimento e di meditazione.


Spesso nel dojo si trovano strutture simili ad altari 
detti butsudan (sede dei Buddha), riferiti non a divinità 
ma al ricordo dei grandi maestri defunti, 
antenati della scuola di appartenenza del maestro nel dojo.

I dojo erano spesso piccoli locali situati nelle vicinanze di un tempio o di un castello, ai margini delle foreste, in modo tale che i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati.

  

Con la diffusione delle arti marziali sorsero numerosi dojo che venivano in molti casi considerati da maestri e praticanti una seconda casa; abbelliti con lavori di calligrafia e oggetti artistici preparati dagli stessi allievi, essi esprimevano appieno l’atmosfera di dignità che vi regnava; talvolta su di una parete veniva posto uno scrigno, simbolo che il dojo era dedicato ai più alti valori e alle virtù del Do “La Via” non soltanto all’esercizio fisico.


Koudai Davide Colombu con Genji Enrico Nicolosi 
monaco Zen Soto del Sangha della "Montagna Senza Cima" 
maestro onorario del Dojo Zen Chüshin "nel centro"

Il dojo è la scuola del sensei (maestro): egli ne rappresenta il vertice e sue sono le direttive e le norme di buon andamento della stessa; oltre al maestro ci sono altri insegnanti, suoi allievi, ed i senpai (allievi più esperti) che svolgono un importante ruolo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l’esempio che deve guidare gli altri praticanti; quando un senpai non si cura del proprio comportamento può essere anche una cattiva influenza per il Sangha.



Il Dojo Zen Chüshin  
rappresenta un luogo di: 
meditazione, 
concentrazione, 
apprendimento, 
amicizia e rispetto.

Nessun allievo avanzato prende dal dojo più di quanto esso non dia a sua volta: il dojo non è un semplice spazio ma anche immagine di un atteggiamento, i dojo della Via si differenziano in questo aspetto dai normali spazi sportivi: l’esercizio fisico può anche essere il medesimo ma è la continua ricerca dell’equilibrio interiore che consente di progredire.

L'allievo quando entra nel dojo deve lasciare alle spalle 
tutti i problemi della quotidianità, 
purificare la mente e concentrarsi solo sulla propria pratica 
per superare i suoi limiti e le sue insicurezze, 
in un costante confronto con sé stesso. 


Ecco perchè nella tradizione dello Zen Soto si pratica lo Zazen 
rivolti verso la parete spoglia.

Quando gli allievi indossano il samue diventano tutti uguali; la loro condizione sociale o professionale viene lasciata nel genkan (l’area in cui ci si toglie e si ripongono le scarpe), per il maestro essi sono tutti sullo stesso piano. Si apprende con le tecniche una serie di norme, che vanno dalla cura della persona, dell’abbigliamento, delle attrezzature per la pratica, al fatto di non urlare, non sporcare, non fumare immediatamente prima e dopo le attività, non portare accessori superflui come gioielli, orologi, spegnere i cellulari, tablet etc., al fatto di comportarsi responsabilmente dentro e fuori dal dojo sono parte integrante della Via. Il dojo è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate.

Nel dojo viene eseguito il rito del samu (lavoro/pulizie): gli allievi ripongono le attrezzature in comune al loro posto e nelle stesse condizioni in cui stavano; ripuliscono ogni sala e il bagno preparando il dojo alle attività successive così come essi stessi ne hanno usufruito. Inoltre tale tradizione è simbolo della purificazione del proprio essere riflesso nella cura dell’ambiente che ci accoglie.

Il coraggio, la gentilezza, il reciproco aiuto, il rispetto di se stessi e degli altri sono principi che entrano a far parte del bagaglio culturale dell’allievo. Nel dojo non si usa la violenza o qualsiasi altra forma di potere e prevaricazione: non per nulla le arti marziali enfatizzano la forza interiore e non quella fisica, condannata prima o poi ad affievolirsi.


Si entra e si esce dal dojo inchinandosi: 
un gesto di rispetto e ringraziamento, 
verso tutto ciò che ci permette di essere qui e ora.