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Il Sé oltre la dualità: Atman e Anatman

Il Sé Ātman (devanāgarī आत्म‍ ) o Atta (Pāli) si riferisce a un “Io” o “Sé”. Viene anche tradotta come “anima” o “ego“. Le parole ātman e atta derivano dalla radice Indo-Europea *ēt-men (respiro) e sono parenti dell’inglese antico æthm, del tedesco Atem, e del greco atmo.

Nel Buddhismo la concezione del Sé viene rielaborata. Candrakirti contestualizza così l’Atman “Atman è l’essenza delle cose che non dipendono da altri fenomeni, ma che possiedono una natura intrinseca non condizionata”. La non esistenza di questo è Anatta – Mancanza di un sé permanente. La dottrina dell’Atman nei Vedanta e la teoria del Dharma nel buddismo, si escludono a vicenda. Il Vedanta tenta di stabilire un Atman come base di tutto, mentre il buddismo afferma che tutto nel mondo empirico è solo un flusso di Dharma che passano (processi impersonali ed evanescenti), che devono quindi essere definiti Anatta, cioè, senza un sé persistente, senza un’esistenza indipendente. Il significato della parola Attan (nominativo: Atta, sanscrito: atman, nominativo: atma) si divide in due gruppi: nell’uso quotidiano, Attan (“Sé”) serve per denotare la propria persona, e ha la funzione di un pronome riflessivo. Questo utilizzo è, per esempio, illustrato nel capitolo 12 del Dhammapada. Come termine filosofico, Attan indica l’anima individuale come ipotizzato dai giainisti e altre scuole contemporanee, ma – al contrario – respinta dai buddisti. Questa anima individuale rappresenterebbe una monade spirituale immutabile, perfetta e beato per natura, anche se le sue qualità possono essere temporaneamente oscurate, a causa della sua caduta nel mondo materiale. Quindi il termine “sé” (atman) designa qualsiasi entità individuale, eterna e immutabile, in altre parole, ciò che la metafisica occidentale chiama “sostanza”: “Qualcosa che esiste grazie a se stessa, non attraverso qualcosa d’altro, né è collegata a, o inerente a, qualcosa d’altro”. Nell’uso filosofico buddhista, Attan è, quindi, qualsiasi entità di cui si può erroneamente supporre che esista indipendentemente da tutto il resto, e che esista in base esclusivamente alle proprie forze.

«I figli sono miei! La ricchezza è mia!’: a tali pensieri uno stolto diviene ansioso. Invero, un sé che possa dirsi mio non esiste e allora come possono dirsi miei i figli e la ricchezza?»

Dammapada

La dottrina dell’anātman (sanscritoanattāpāli) è propria del Buddhismo, e afferma l’inesistenza dell’ātman, cioè di un io individuale permanente e viene annoverata tra i Tre Segni dell’Esistenza.

Si tratta di una concezione che ha dato origine a interpretazioni molto varie all’interno delle diverse tradizioni buddhiste.

Anātman è una parola composta dal prefisso privativo a e dal termine atman, traducibile come “sé”, “personalità individuale”, “anima“. Per questo nel buddhismo non è corretto parlare di reincarnazione come si fa normalmente nell’induismo, ma di rinascita, piuttosto.

Non si dovrebbe applicare questo concetto essenziale per la filosofia buddhista con “la persona”, giacché il Buddha negò il Sé, l’anima imperitura, la personalità, non “la persona”. Negli insegnamenti canonici tuttavia è dettagliata la scomposizione della personalità nei cinque costituenti individuali, gli skhanda (sans., khandha, pāli).

Parrebbe una contraddizione affermare prima l’inesistenza intrinseca di un ente di cui poi sono elencati i costituenti. Ma va tenuto conto del fatto che il Buddha non intese negare la persona, spesso denominata nāma-rūpa, ossia l’insieme del corpo fisico che si manifesta ai sensi (rūpa, lett. “forma”) e dei suoi attributi mentali e concettuali (nāma, letteralmente “nome”), bensì volle ricondurre lo sguardo dei discepoli su quello che egli riteneva fosse il Sé: un insieme costituito di elementi che nella loro simultaneità di attività e di interazione tra elementi interdipendenti facilmente danno l’illusione che esista un Sé assoluto, permanente, individuale e capace di sopravvivere la cessazione del corpo.

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